Juvenilia

Associazione culturale

L’amicizia oltre il Covid

Greta Passeri

17 dicembre 2021 15:51 «Sono risultata positiva»

24 dicembre 2021 17:14 «Positiva»

Nel febbraio 2020, quando il contagio da Covid sembrava riguardare soltanto il popolo cinese, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella manifestò loro solidarietà parlando di difficoltà temporanee e amicizie imperiture. A sua volta, il premier cinese Xi Jinping si dichiarò commosso per  quelle parole affermando: “La vera amicizia si vede nel momento del bisogno”.

Ma i veri amici dove sono finiti? Con la pandemia sono spariti anche loro?

Prendendo in considerazione i vari effetti sociali della crisi epidemiologica, potrebbe sembrare che anche l’amicizia sia stata travolta dal distanziamento sociale e dal distacco creati dal virus.

Durante il periodo della pandemia siamo stati costretti ad abbandonare le nostre abitudini, i nostri rapporti umani, siamo stati “vittime” di cambiamenti radicali che ognuno di noi ha vissuto in maniera diversa, condizionati dalle proprie esperienze, che spesso non abbiamo mai vissuto fino in fondo e non siamo riusciti a guardare in noi stessi, nella nostra interiorità. Da quel 17 dicembre, e ancor di più dalla settimana successiva, ho iniziato a guardare dentro di me dopo aver saputo della positività al Covid di due mie amiche. La conseguenza più immediata del virus è stata quella di averci indotto ad abbandonare le nostre abituali relazioni sociali, ma è stato in quelle settimane che ho sentito maggiormente la necessità di non lasciare andare quei rapporti per me importanti. Mi sono sentita violentemente privata di quello che, almeno per me, è sempre stato la fiamma del rapporto con i miei amici: un abbraccio.

Eppure, sono riuscita a guardare il lato interessante dell’isolamento: ho scoperto la bellezza di una videochiamata durante il cenone di Capodanno e di una partita ai giochi online con gli amici di sempre; ho apprezzato la tenerezza di un caffè dopo pranzo da dietro una finestra e un crodino ai frutti rossi in una scatola regalo il giorno di Natale; ho gioito per un brindisi a mezzanotte sulla porta di casa, ma ho anche pianto con una bottiglia di vino in mano il giorno dell’Epifania. Ho vissuto l’isolamento di altri come mio unico periodo di libertà: libertà di ridere, di piangere, di pensare, di capire, di scoprire, di esprimere le emozioni senza vergognarmi, di vivere l’amicizia in tutte le sue forme, ma soprattutto la libertà di esserci e di non andare via. Infatti, se c’è una cosa che ho capito in questi anni di pandemia globale è che l’isolamento è sinonimo di solitudine. E nessuno ce l’ha mai fatta da solo.

In questi ultimi venti giorni mi sono fermata anche io, ma sentivo l’esigenza di guardare avanti facendo tesoro delle cose che ho imparato grazie all’isolamento delle mie amiche. Non nego, però, che spesso lo sconforto ha preso il sopravvento e sono arrivata a sentire un forte senso di tristezza e angoscia, senza però averne nessun diritto: mentre io fuori avevo un mondo in fermento per il Natale, loro avevano solo quattro mura e un telefono che le teneva al passo con le festività. Ciò che mi ha aiutato a superare quel senso di angoscia è stato lo sguardo pieno di gratitudine dall’altra parte della finestra, quegli occhi che sorridevano al posto della bocca coperta dalla mascherina.

Pian piano si intravedeva la luce in fondo al tunnel, ma la fine non arrivava mai. E quando è arrivata è stato bellissimo. È stata una delle emozioni più belle che una persona possa sentire. Ho provato la stessa gioia di un bambino che ha appena ricevuto il suo giocattolo preferito. Ho capito di aver fatto del bene e di averne ricevuto ancora di più e ho ringraziato loro, Ilaria e Martina, per quell’abbraccio che mi ha fatto tornare a vivere veramente.