Juvenilia

Associazione culturale

Italo Svevo, lettore di animi umani

Federico Frasca

Italo Svevo pubblica “La Coscienza di Zeno” nel 1923, in pieno dopoguerra. Il sentimento di rivalsa che attraversava tutto il paese era molto vivido. La guerra aveva portato all’Italia, benché vincitrice, profitti esigui: infatti venne definita da D’Annunzio, anche se non solo per questo, una ‘vittoria mutilata’. In questo clima di ricostruzione, dominato da personalità forti, Svevo non si trova a suo agio, così come incomprese furono le sue grandi opere, che non vennero riconosciute immediatamente come tali dai critici letterari del tempo, fatta eccezione per i suoi amici Joyce e Montale che ne avevano intuito il valore.

La Coscienza di Zeno è un romanzo psicoanalitico ambientato a fine ‘800 – inizi ‘900 a Trieste, a quel tempo facente parte dell’Impero austro-ungarico. Narra delle vicende di Zeno Cosini, un uomo che si sente inadatto alla vita e alla società nella quale è costretto a vivere. Svevo lo tratteggia come un inetto, tema ricorrente nelle opere dell’autore, a sottolineare la sua visione del rapporto tra individuo e realtà sociale. Svevo utilizza l’artificio letterario per cui le vicende sono raccontate dal loro stesso protagonista, che scrive le sue impressioni e i suoi pensieri in un diario, propedeutico alle sedute di psicoanalisi a cui si sottopone. In questo modo il lettore entra nella testa dell’inetto, fa sue tutte le paure, le insicurezze e le giustificazioni di Zeno, fino a non distinguere più il confine tra il personaggio fittizio e se stesso. La grandezza di Svevo sta proprio in questo meccanismo, il lettore non può fare altro che impersonificarsi e capire l’inetto, riconoscendone i tratti della sua stessa personalità.

Zeno non è in grado di affrontare nulla con serenità, è un “malato immaginario” come egli stesso si descriverà, ma si convince nel tempo che in realtà i veri malati siano gli altri, coloro che hanno solo sicurezze nella loro vita, coloro che sanno sempre cosa vogliono. Zeno si sente inerte davanti al mondo che è troppo più grande di lui, ma si nasconde anche dalla sua stessa interiorità: non riesce a prendere atto di ciò che prova e di quali siano i suoi sentimenti. Costringe se stesso a considerare e a trattare da amico l’uomo che in realtà odia e che indirettamente porterà alla morte, non assistendo tra l’altro al suo funerale. Costringe se stesso ad amare una donna che in realtà non ama e a non amare una donna che in realtà ama alla follia. Lo stesso folle amore per Ada da parte di Zeno non è un amore alla donna in sé, ma è un amore alla “serietà dei suoi lineamenti”. Zeno per tutta la sua vita cerca sicurezze, rifugiandosi sotto l’ala di personalità forti, da cui cerca di farsi apprezzare, a partire dalla figura del padre, del padre di Ada e di sua moglie, fino ad arrivare alla figura di Ada stessa. La ricerca assidua ma vana di raggiungere tale “serietà” porta inevitabilmente il protagonista a odiare inconsciamente le due figure paterne della sua vita, ma questo odio in realtà non è nient’altro che una profonda invidia.

La coscienza è una lunga giustificazione in prima persona presentata da Zeno al Dottor. S., il suo psicanalista. Questo aspetto è di fondamentale importanza, in quanto ci fa rendere conto che la realtà è molto diversa da quella che ci viene descritta da Zeno, perché irrimediabilmente filtrata dagli occhi dell’inetto.

Il romanzo corrisponde alla realtà effettiva nel punto in cui l’io narrante riporta le parole di Ada, alla fine del romanzo, nelle quali la donna mette in luce, davanti agli occhi di Zeno, la verità, svelando quindi tutti i meccanismi mentali che lo avevano portato a compiere le scelte della sua vita, meccanismi ovviamente malsani e deleteri. Anche queste parole vengono presentate nel romanzo come un qualcosa di delirante, uscite dalla bocca di una donna disperata per la morte di suo marito e affetta da una grave malattia. La descrizione dell’infermità mentale di Ada da parte di Zeno è il culmine del processo di auto-giustificazione da parte dell’inetto.

 

La lettura di questo romanzo può dare al lettore contemporaneo moltissimi spunti di riflessione, potrebbe essere l’incipit a un processo di profonda analisi introspettiva, mettendo in discussione le proprie convinzioni, le proprie sovrastrutture e i propri principi morali. Porre a confronto la società ottocentesca proposta da Svevo con la realtà che stiamo vivendo è un buon esercizio di critica. L’autore, con questo romanzo, riesce non solo a descrivere la società in cui è ambientata l’esistenza di Zeno e quella in cui Svevo scriveva, ma piuttosto descrive qualsiasi epoca, in quanto l’uomo, nel corso della storia, è sempre stato molto simile a se stesso: le paure restano le stesse, così come le sue insicurezze e paranoie.

Svevo quando dipinge la personalità di Zeno non sta semplicemente descrivendo un personaggio immaginario di un suo romanzo, in realtà sta delineando la personalità dello Svevo uomo prima che scrittore, la personalità di me che sto scrivendo l’articolo e del lettore, sia del romanzo che dell’articolo stesso.

Italo Svevo, lettore di animi umani, di ogni epoca.