Io e me stesso
Michele D'Ottavi
Il sentiero dei nidi di ragno non è un’opera letteraria destinata semplicemente ad un intento prettamente narrativo. Nonostante Italo Calvino abbia utilizzato uno stile letterario semplice e di facile comprensione, il piccolo capolavoro contiene, all’interno delle sue pagine, un messaggio molto importante, tutt’ora presente nella nostra società. L’autore affronta il tema della solitudine, e lo fa attraverso gli occhi di un bambino scelto come sua lente d’ingrandimento per osservare e restituirci l’immagine di un fenomeno tanto diffuso quanto deleterio, in grado di erodere silenziosamente l’animo umano sino a generare gravi conseguenze. Il giovane Pin, a causa della propria condizione sociale e familiare, subisce i maltrattamenti non solo dei suoi coetanei, ma anche delle persone più grandi, costringendolo ad eseguire azioni e pronunciare parolacce e blasfemie che snaturano la persona e non rispecchiano il suo essere ragazzo, quindi ad indossare una maschera. Pin si rende protagonista di questi episodi per la semplice volontà di essere accettato dalle persone che lo circondano, e di conseguenza avere degli amici con cui confidarsi, divertirsi e, seppur brevemente, di trovare un appiglio a cui aggrapparsi per evadere dalle avversità della vita.
La solitudine che attanaglia e strangola l’essere umano lo porta ad esprimere quel disagio interiore non solo attraverso la produzione letteraria, ma anche per mezzo della settima arte. Tra coloro che hanno avvertito quest’esigenza vi è Roberto Rossellini, uno dei massimi esponenti del neorealismo italiano insieme a Vittorio de Sica. Il movimento cinematografico neorealista riteneva le pellicole un valido strumento d’informazione, attraverso le quali far conoscere alla popolazione italiana gli ultimi anni del regime fascista e, insieme ad esso, anche la parentesi storica della Resistenza. Oltre ad un obiettivo informativo, un’altra posizione poneva l’accento sulla dimensione morale, affermando che l’importanza del movimento risiedesse nelle sue capacità di analizzare e restituire la complessità della sfera emotiva dei diversi personaggi.
Proprio su quest’ultima caratteristica si basa la pellicola Germania anno zero, diretta dallo stesso Rossellini nel 1948, e terza opera della cosiddetta Trilogia della guerra dopo Roma città aperta del 1945 e Paisà del 1946. La Berlino in cui Edmund vive è una terra distrutta e annichilita dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, dove l’individualismo la fa da padrone. Nel contesto in cui il bambino si trascina senza seguire alcuna prospettiva per il futuro, la popolazione berlinese, oramai privata dei servizi più essenziali, è costantemente impegnata in questa corsa per accaparrarsi il più misero dei benefici, come le tessere della povertà, solitamente rubate dai cadaveri sepolti nei cimiteri. La sciagurata condizione di Edmund è aggravata dall’impossibilità di godere della spensieratezza della fanciullezza, con il ragazzino costretto a crescere in fretta ed essere l’unica fonte di sostentamento per i membri della sua famiglia, impegnati a prendersi cura del loro padre gravemente malato. Per tale motivo il piccolo Edmund cerca riparo nell’amicizia, ai suoi occhi l’unica via d’uscita in grado di distrarlo momentaneamente dai problemi della vita quotidiana. Tuttavia, anche in questo caso la speranza si infrange contro un muro in quanto Edmund non viene accettato né dai ragazzi più grandi di lui, interessati esclusivamente a commettere piccoli reati per sopravvivere in un momento storico così delicato, né dai ragazzi più piccoli, i quali lo percepiscono oramai lontano rispetto alla loro età. Di conseguenza Edmund si ritrova abbandonato al suo incerto destino, solo di fronte alla totale insensibilità delle persone che lo circondano e lo avvicinano principalmente con l’intento di sfruttare la sua giovane età e la sua inesperienza in un mondo dove sarà necessario ricostruire, o almeno tentare di ristabilire quel senso di collaborazione e amore verso il prossimo.