Intervista di una nipote ad una nonna
Ilaria Piacenti
Una delle più celebri frasi di Cicerone recita così: “la storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, messaggera dell’antichità”. Mia nonna non aveva letto il De oratore eppure i suoi racconti sembravano suggerirmi le stesse cose dell’avvocato romano: la conoscenza del passato ci permette di indirizzare nel migliore dei modi la nostra esistenza, per non inciampare negli stessi errori bisogna promuovere la cultura della Memoria. Fu così che un pomeriggio decisi di ascoltare ciò che aveva da dire sulla storia locale del mio piccolo paese e precisamente sulla dolorosa giornata del primo maggio 1944: << Quel giorno mentre io e i miei fratelli dormivamo, venne mia madre a svegliarci e urlando ci ordinò di alzarci perché i tedeschi avevano dato l’ordine all’intera popolazione di uscire di casa. Ci condussero tutti nei terreni di grano adiacenti alla “via delle fornaci”. Da lontano vidi le mitragliatrici che da sopra “all’Ara Baciadonne” puntavano su di noi >>.
Nel contesto storico della Seconda guerra mondiale, gli americani sbarcati dalla vicina Anzio si nascondevano lungo tutto il territorio laziale per stanare il nemico, e così fecero anche a Trevi ospitati clandestinamente da alcune famiglie del posto. I tedeschi decisero allora di rastrellare tutta la popolazione per ricercare chi tra i trebani avesse compiuto questa azione. Nel libro di Silverio Benassi 44 giorni nelle mani dei nazisti, brevi note di un condannato a morte, l’afflusso di civili viene descritto così:
Tutto il paese viene qui radunato: donne con bambini al grembo e sacchi e panieri in testa, vecchi che a stento si trascinano, giovani che cercano di occultarsi tra la massa, malati che vengono sostenuti dai congiunti, bimbi che piangono. Nessuno viene risparmiato, neppure le suore; e su tutti i volti terrore e tristezza.
La giornata si concluse con la liberazione del popolo grazie all’intercessione del novello Arciprete di Trevi don Calicchia ma anche con l’uccisione di Armando Caponi, un giovane pastore che trovandosi nei pressi dell’attuale edificio scolastico, venne scambiato per un aiutante degli americani e fucilato mentre stava andando a dar da mangiare ai suoi animali.
Nonna mi raccontò anche di questo evento e delle strazianti urla della mamma Fortuna, una volta che venne a conoscenza della morte del figlio. Una delle pagine più drammatiche della storia della nostra comunità, lo leggevo nei suoi occhi pieni di sofferenza. Quel giorno avrei voluto fare un’ultima domanda a mia nonna “Quale è il segreto, nonna, per vivere felici dopo aver conosciuto il dolore?”. Non saprò mai quale sarebbe stata la sua risposta ma qualcosa mi dice che questa era insita nel bicchiere di spremuta che mi pose davanti dopo il suo lungo racconto: il segreto era in quel quotidiano gesto d’Amore. Sopravvivere al dolore vivendo. Vivere amando.