Diario quotidiano di straordinarietà
Cristina Frabotta
24 settembre 2019: vado a lavoro a Isola del Liri, come farò ogni martedì e qualche volta il sabato fino ad oggi. Ogni martedì e qualche volta il sabato alle ore 9.40 circa passerò per quella strada e non ci sarà uno solo di questi giorni che io non lo incontrerò; con la pioggia, con il freddo, con il sole cocente, lui ci sarà sempre. È un ragazzo, non credo che sia più grande di me; corre, tutti i giorni, ma non come fanno in tanti: lui corre con una sola gamba e due stampelle.
Fino al 24 settembre 2019 pensavo di fare immensi sacrifici per conciliare la mia piena vita sportiva (7/8 allenamenti a settimana) con la mia incasinata vita da medico libero professionista e la mia vita sentimentale, il che significava corsa alle 5.30 o alle 21 con qualsiasi condizione meteorologica, anche in vacanza, e poco riposo.
Pensavo di essere forte per riuscire a fare tutto questo. Poi, quel giorno, ho visto quegli occhi per la prima volta, e mi sono sentita proprio una cretina. Ho chiesto a lavoro e qualcuno mi ha detto che era un ciclista ed era stato investito. Non sapevo nulla di quel ragazzo, ma ogni martedì e qualche volta il sabato ho conosciuto la sua costanza, la sua grinta, la sua forza, la sua determinazione, e mi sono sentita terribilmente piccola e persa. Al di là dei grandi sportivi, nella quotidianità più semplice, avevo trovato il mio idolo.
Continuo ad osservarlo e continuo ad allenarmi duramente.
11 febbraio 2021: corro la mia prima Maratona personale in vista del mio primo ultratrail; volevo dimostrare a me stessa che potevo farlo e ci sono riuscita, eppure non trovavo il coraggio di fermarmi a parlare con questo ragazzo.
Dico al mio compagno Stefano che mi piacerebbe raccontargli la mia ammirazione e magari intervistarlo per Juvenilia, affinché la sua storia possa essere di esempio. Stefano mi dice di non avere paura.
Martedì 23 febbraio 2021, decido che sarà il giorno dell’incontro ed esco di casa cinque minuti prima. Non lo vedo dove lo incontro di solito, infatti è circa 300 metri più giù. Non so che fare, ma poi quasi in automatico metto la freccia, accosto, indosso la mascherina e scendo.
“Ciao!”
Risponde con un cenno del capo e un flebile sorriso.
“Ti posso parlare?”
“Ti serve qualcosa?”
“No… ti volevo solo salutare…”
“Scusa ma non mi posso fermare, vado di fretta…”
Ho letto tanta rabbia ma tanta determinazione in tutto questo. Racconto quanto accaduto a Stefano; mi dice di non arrendermi e scrivergli una lettera con i miei contatti.
Ci ho pensato un po’, ma ho capito che adesso non è questo quello che mi serve.
Quel ragazzo ripenserà al mio gesto; capirà che è stato un gesto puro dettato dalla mia ammirazione. Ogni volta che il martedì e qualche volta il sabato lo incontrerò, gli farò un cenno con la mano e con il cuore; se un giorno ci ripenserà e vorrà parlarmi, mi fermerà lui.
In ogni caso, ragazzo, corri avanti per la tua strada; il mio augurio è che la tua forza ti faccia ritrovare piano piano la serenità nella vita, mentre ci sarà chi, come me, continuerà a osservarti e ammirarti.